Intervista – Matteo Berra

La possibilità di tradurre in materia un’indagine scientifica.

“Inside Art”     #104

Il tentativo di rappresentare la dimensione infinita del cosmo, all’interno della struttura limitata dell’opera scultorea: così l’installazione Sezione della continuità dello spazio si concretizza in 400 pezzi di legno di abete scolpiti, montati a mano e tenuti insieme da 1.200 viti che danno vita a una visione in cui discipline quali la matematica, la geometria e la scultura costituiscono facce diverse di un unico atteggiamento scientifico nei confronti del mondo. In costante equilibrio tra arte e scienza, Matteo Berra, finalista del Talent Prize 2015, racconta il suo lavoro.

→ FINALIST WORK – Sezione della continuità dello spazio, 2014. © Matteo Berra.

L’opera che hai presentato al concorso è Sezione della continuità dello spazio. Cosa racconta?
«È un lavoro abbastanza recente, in cui mi sono posto il problema di dare una tangibilità alla teoria dello spazio curvo della fisica moderna. Mi interessava porre l’osservatore sulla soglia di uno spazio in cui la percezione si alterasse e dove potesse essere vissuto come curvo. Naturalmente non ho la pretesa di aver riportato la fisica nell’esperienza in maniera letterale. Ero affascinato dalla possibilità di tradurre in termini molto pratici questa suggestione sublimemente intellettuale, quasi grossolani se confrontati al punto di partenza. Mi capita spesso, proprio come in questo caso, di partire da calcoli matematici estremamente precisi, calcolati col Cad (Computer aided design) al centesimo di millimetro, per poi eseguire la realizzazione a mano, dove l’approssimazione accade fisiologicamente. È un po’ una matematica masticata, umanizzata. Il sublime acume teorico che si smussa, si arrotonda, entrando nel mondo materiale. Anche l’approccio alla forma è da un canto analitico e dall’altro entropico. Le sezioni successive sono raccordate da un ordine/disordine, che non è né struttura né superficie, ma una sfocatura, se vogliamo tentare di definirlo. Mi è sempre difficile delineare certi lavori, perché la possibilità descrittiva della lingua è lineare, mentre la mia progressione è sempre stratificata. Diversi livelli hanno toni diversi, pertinenze diverse e significati diversi, perché non vi sono risposte univoche, ma solo circostanze entro le quali un discorso ha un senso».

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questo lavoro per il premio?
«Negli ultimi anni mi sono divertito moltissimo nella realizzazione di installazioni molto grandi. Di solito, però, parto da un’approfondita conoscenza del luogo di installazione, che in questo caso mi mancava completamente. Ho pensato quindi che Sezione della continuità dello spazio fosse adatta ad essere rappresentativa del mio lavoro, senza avere però bisogno di particolari presupposti a priori. È un po’ un’installazione prêt-à-porter. Si tratta inoltre di un lavoro a cui sono molto legato e ho molto piacere a proporla in un contesto così prestigioso come quello del Talent Prize».

Con le tue creazioni proponi una connessione tra arte e scienza, due campi considerati a sé stanti, soprattutto in Occidente. Cosa ti affascina di questo connubio?
«Più che ai risultati della scienza, sono interessato alle sue ragioni, perché sono una summa abbastanza esaustiva dei moti che scuotono l’animo degli uomini di ogni tempo. Credo che l’opera parli di noi esseri umani e della lotta per conciliare la nostra coscienza d’esistere con risposte sulle ragioni di tale esistenza che non riusciamo ad accettare. Dal mio punto di vista la scienza è semplicemente una parte molto importante della cultura. Il grande tabù che ha escluso la scienza dalla cultura con la C maiuscola credo sia il fatto che presenti fatti, a prescindere da ogni morale. La cultura, invece, è sempre presentata come una sorta di morale collettiva».

Le tue opere sembrano voler andare a colmare le lacune lasciate vuote dalla scienza e aprire nuove possibilità immaginifiche. Con il tuo lavoro spingi lo spettatore a porsi nuove domande?
«Sicuramente i miei lavori non sono strumenti di conoscenza, né tantomeno di divulgazione scientifica. Non possono colmare lacune in ambito strettamente scientifico. Possono però, magari tramite la generazione di immagini, integrare la scienza in un discorso più ampio o almeno parallelo a essa. Certamente spero che i miei lavori suscitino nuove domande negli spettatori. Sarebbe il più grande successo. Non credo in nulla che presuma di dare delle risposte, ragion per cui sono da mettersi in dubbio anche tutte le mie risposte di questa intervista».

 

Matteo Berra attualmente vive a Daegu, in Corea del Sud, dove lavora alla Catholic University nella cattedra di scultura ambientale del dipartimento di Fine Art. L’anno prossimo terrà la sua prima personale a New York, per la neonata Cara Gallery a Chelsea: «Forse la mostra sarà accompagnata anche da un’altra sorpresa – svela Berra – ma parto ora per New York per definire i vari dettagli e non ho ancora informazioni più specifiche. Sono naturalmente molto contento».