Intervista – Giulia Berra
Architettura e forme della natura a confronto, una metamorfosi effimera
fatta di oggetti trovati.

“Inside Art”     #118

Tra le sue fonti di ispirazioni primarie Giulia Berra guarda a strutture elementari, ravvisabili nelle architetture naturali e umane di ogni latitudine e nei manufatti di ogni epoca. Compone opere in costante equilibrio tra suggestioni culturali o talvolta mitologiche e geometrie naturali che divengono universali, in un gioco di pesi e concentrazione, che richiede energie fisiche e mentali.

 

→ FINALIST WORK – Senza titolo (Tropheum series), 2018. © Giulia Berra.

Qual è il processo che usi per realizzare i tuoi lavori?
«A livello progettuale la maggior parte delle opere nasce da schizzi e disegni, mentre per le installazioni spesso devo ricorrere a modellini in carta, fotografie, piantine e sopralluoghi in cui imparo a conoscere lo spazio con gli occhi, le mani e i piedi, visto che avendo studiato pittura ragiono principalmente in termini di luce e superfici. Cammino e osservo molto. Le mie opere si basano principalmente su raccolta, selezione e assemblaggio.Trattandosi di oggetti trovati, prevalentemente fragili scarti biologici, ogni elemento va preso, archiviato, considerato in sé, soppesato, bilanciato e queste operazioni vanno ripetute svariate volte. La natura, anche quando presenta degli elementi modulari, crea dei pezzi unici e il mio compito è quello di collocarli in un nuovo equilibrio. Penso ci voglia una certa attitudine caratteriale, è una cosa che ho sempre fatto sin da bambina, che ho dimenticato e di cui mi sono poi riappropriata. A volte creo una struttura a partire da pochi elementi a disposizione e impiego mesi a completarla, perché non ho l’elemento giusto per raggiungere l’armonia, a volte ho tutti gli elementi e la realizzo in poche ore. A volte, come per le installazioni sospese di Mattang, Nowhere is a cloud, Saudade do Futuro la forma finale scaturisce direttamente dai materiali con cui sto lavorando. È tutto un gioco di equilibrio e concentrazione, che richiede tante energie fisiche e mentali, soprattutto se devo lavorare per ore e giorni su una scala. A opera terminata suggestioni verranno poi dalla successiva documentazione fotografica, che solitamente realizzo io».

Nei tuoi lavori prevale l’elemento umano o naturalistico?
«Posso dire di avere un doppio imprinting – spiega l’artista – naturalistico e umanistico, sviluppato principalmente da bambina lungo itinerari mediterranei non particolarmente esotici, ma con modalità agli antitesi rispetto al turismo di massa, accompagnata da libri, miti, leggende ed esplorazioni. Molti progetti nascono dall’osservazione e dall’elaborazione poetica dell’ambiente, di fenomeni del contemporaneo, oppure da letture molto varie. Sono visioni e narrazioni alternative della contemporaneità. Raramente vi è un riferimento diretto, piuttosto questi risultano dalla stratificazione di appunti, ricordi, note, memorie e schizzi.Anche per questo considero le mie sculture disegni nello spazio, in quanto risultano dalla sedimentazione e decantazione di vari segni sui miei inseparabili taccuini».

Che peso ha l’aspetto temporale nella tua ricerca?
«Direi che nel mio operato si sommano vari aspetti, quali l’atemporalità e universalità delle forme, che possono apparire arcaiche se ricondotte ad artefatti tradizionali e reperti archeologici; o avveniristiche se si guarda all’architettura contemporanea e al design bioispirato. Mi è caro il tema della muta e della metamorfosi, così come dei cicli biologici che a livello umano trova riscontro nei riti di passaggio, nel viaggio e nella sua narrazione, nel riciclo e, recentemente, nel concetto di economia circolare. C’è la prospettiva di morte e, soprattutto, la rinascita. Poi c’è la dimensione progettuale e utopica, tipica dell’Occidente moderno e, infine, il ritmo della raccolta e della creazione e realizzazione, dettato dalla naturale reperibilità dei materiali, dall’ambiente, dallo spazio, dal tempo a disposizione e dal mio corpo».

Le tue sono opere effimere. Quali sono le criticità nell’uso di materiali fragili e deperibili?

«La potenza delle mie opere risiede principalmente in queste caratteristiche, spesso più percepite dagli altri che reali, visto che molte delle collezioni dei musei di Scienze Naturali hanno oltre due secoli. Si tratta più di cura e conservazione, visto che i materiali organici sono estremamente elastici e meno deperibili di molti artificiali.Ad esempio, la maggior parte dei colori animali, come quelli delle penne, sono fisici, dovuti alla rifrazione della luce e non chimici, per cui rimangono pressoché invariati. A dire il vero, mi preoccupa più la reperibilità: oggi, conformemente al mio metodo, è difficilissimo mettere assieme abbastanza ali di insetto, che contraddistinguevano molti dei miei primi lavori, semplicemente perché a livello globale negli ultimi anni vi è un calo drastico di insetti».

Che progetti hai in cantiere?
«A livello di ricerca sto creando nuove serie che prevedono l’utilizzo di materiali naturali (da potatura a scarti alimentari) senza ricorrere ai listelli in legno e sto proseguendo con altre, come appunto Tropheum, legata al trofeo di caccia, e Tropheum #1, legata alla spoglia di guerra. Per quanto riguarda i progetti artistici sono come le mie opere, precari, sospesi e proiettati verso il futuro».