Intervista – Alessandro Di Pietro
Costruire spazi di accoglieza, sceneggiature per ospitare entità mostruose.

“Inside Art”     #117

Quello di Alessandro Di Pietro è un percorso che nasce e si sviluppa a partire da un approfondito studio dei processi di normalizzazione e deviazione dai sistemi standard di produzione del linguaggio. «I sistemi di riferimento – spiega l’artista – così come la grammatica cinematografica, i pattern espositivi e la progettazione di ambienti sono i contesti linguistici all’interno dei quali alimento il mio desiderio di produrre un’entità mostruosa».

 

→ Tomb writer (Solve et Coagula), 2016, exhibition view [[[not]]] so close, Treviolo (BG), photo Andrea Piunti Sudio.

I mostri è come se facessero parte di un immaginario personale, come se fossero parole con le quali possiamo esprimere i nostri sentimenti. Per questo sono sottomessi a delle regole rappresentative silenti ma costantemente attive. Difatti se le mostruosità in epoca pre-darwinista erano solo esseri viventi non ancora catalogati nel primo atlante sulle mostruosità umane e animali del 1837 stilato da Isidore Geoffroy de Saint Hilaire, oggi la dittatura di un istinto archivistico del nostro tempo continua a normalizzare la problematica dell’anomalia, o meglio dell’alterità. «La continua integrazione dell’altro – continua Di Pietro – ha digerito il problema del mostro come una problematica linguistica e non biologica fino alle questioni di genere, vedi l’aggiornamento delle nomenclature LGBTQ. Non esiste, infatti, nessuna immagine anomala se le diamo un contesto di accoglienza. Pertanto la mia ricerca si proietta sulla costituzione di mostruosità utopiche che sfuggono ai sistemi di riferimento e non hanno un volto definito. Ciò che creo, insomma, sono dei fantasmi. Questo non produce un’analisi, ma mondi dai quali il mostro si distilla anche sotto forme familiari non essendo mai fisicamente presente». Un’ulteriore riflessione è da fare sugli ambienti in cui queste figure sono inserite e sul loro design. Sia sul piano estetico sia su quello architettonico, ogni ambiente risulta essere un’estensione del desiderio dei mostri, diventando, per Di Pietro, un atto di immedesimazione nei personaggi. Le loro caratteristiche fisiche, sociali e politiche si intravedono e si materializzano nell’arredo e nel design dello spazio per cercare una relazione empatica e plausibile con l’osservatore, distraendolo dalla fiction: «per antonomasia – continua Di Pietro – tale utilizzo della fiction è il contesto ideale nel quale si genera un processo narrativo, concretizzatosi rispetto alla mia pratica artistica in paesaggio di un personaggio senza nome: un’alterità».
L’idea dell’artista è quella di creare una vera e propria sceneggiatura: «per articolare meglio e nel tempo capitoli in relazione alle fasi espositive, ho deciso di seguire una griglia di sceneggiatura semplice e archetipica del mito e da manuale di sceneggiatura hollywoodiana: antefatto, personaggio principale, ghost narrativo e antagonista». L’operazione dell’artista decontestualizza, isola un singolo elemento dal sistema globale: «Che i frammenti – dice Di Pietro – come le alterità siano elementi autonomi in un mondo connesso, è ormai un’ovvietà. Il frammento è grato della memoria rispetto a fenomeni storici o funzionali di un oggetto – spiega poi – personalmente quando isolo una scultura dalla sua mostra-ambiente di origine la considero alla stregua dei ready made».
Di recente Di Pietro ha presentato alla Sonnenstube di Lugano ORION_Blow. Per la mostra ha riattivato una serie di lavori così intitolati e nati come prototipo nel 2016 con la mostra de La Plage a Parigi Towards Orion stories from the beackseat. La forma metallica delle sculture esposte è stata disegnata incrociando la forma degli specchi retrovisori automobilistici e layout delle clip video che utilizza in fase di montaggio. 
«L’idea – dice l’artista – è che tramite questa serie si relazionano delle porzioni di una presunta storia o di un’azione tramite immagini still». La serie ORION ormai è diventata un framework che l’artista utilizza per rielaborare in forma grafica progetti più espansi come l’ambiente performativo e corale di Short Stories of Fires and Carbon prodotto da Xing a Bologna nel 2018. «Mettendo in relazione – conclude Di Pietro – tutti i disegni o guardandoli separatamente si ha la sensazione di non sapere se le figure rappresentate nel lavoro stiano soffiando o se stiano trattenendo il fiato».

Alessandro Di Pietro sta lavorando a diversi progetti, tra i quali una scultura messa in relazione a un elemento architettonico, presentata a Centrale Fies, a Drò, in Trentino, il 21 giugno per la collettiva Ipernatura XXXIX Ed. Drodesera curata da Denis Isaia e Sara Enrico volta a indagare i rapporti fra performance e oggetto. 
«Centrale Fies è una centrale idroelettrica di stampo asburgico – spiega l’artista – di fine ’800 in parte ancora funzionante ma mascherata da castello medievale, escamotage utilizzato durante la prima guerra mondiale per fare in modo che non fosse bombardata. Di riflesso questo oggetto in-databile da un punto di vista stilistico si presenta dal di fuori come una capsula che protegge all’interno una superficie metallica carica di energia statica. La vita stessa, dice Luigi Galvani, non potrebbe esistere senza elettricità e del resto neppure Frankenstein. La stessa cosa si potebbe dire della performance».