Articolo – MAST, arte e bulloni
A Bologna un centro concilia la sperimentazione tecnologica con gli impulsi dell’armonia creativa.
Colori, design e opere convivono con la struttura della fabbrica nel cuore industriale dell’Emilia.

“Inside Art”     #96

MAST. Manifattura di Arte, Sperimentazione e Tecnologia inaugurato a Bologna lo scorso 4 ottobre, in un complesso innovativo di 25 mila metri quadrati progettato dai giovani architetti di LABICS vincitori del concorso indetto internazionalmente, è adiacente alla storica fabbrica di G.D. e alla sede centrale del Gruppo Coesia, azienda leader nel settore delle macchine automatiche e della meccanica di precisione.

→ Veduta del nido del Mast. © MAST 

Nasce da un’iniziativa di Isabella Seràgnoli, presidente di Coesia, che negli anni ha perseguito con tenacia questo progetto che verrà aperto, già nel mese di gennaio, al territorio. Uno spazio ponte fra l’impresa e il suo territorio d’origine, un investimento che tramite l’omonima fondazione no profit, vuole favorire lo sviluppo della creatività e dell’iniziativa tra le giovani generazioni, anche in collaborazione con altre istituzioni locali. Isabella Seràgnoli lo racconta come: «un centro polifunzionale a disposizione dei collaboratori di Coesia e della comunità che offrirà vari spazi tra i quali: una gallery per le esposizioni, un auditorium, un’accademia, un nido, un wellness, un ristorante aziendale e una caffetteria».

Un percorso che parte dunque dall’infanzia, con il nido già attivo dal 2012 e che attualmente conta 69 bambini ma che potrà ospitarne fino a 80 al quale si è aggiunta dal 2013 una sezione di scuola materna. Questa sezione è stata realizzata in collaborazione con Reggio Children, sviluppando una metodologia di apprendimento basata sul lavoro collegiale e sulle relazioni profonde fra i bambini e le loro famiglie. 
Il percorso formativo trova la sua meta finale nell’academy, anche questa progettata con tecnologie all’avanguardia, aperta a tutte le scuole del territorio e pensata come luogo di sperimentazione e di approfondimento tecnologico. A suo ingresso è idealmente collocata una Sfera di Arnaldo Pomodoro, una forma perfetta che tende all’essenzialità volumetrica esteriore svelando un interno fatto di ripetizioni geometriche o segmenti paragonabili ad ingranaggi di macchinari nascosti dal massiccio contenitore, resi parzialmente visibili dalle spaccature e dai tagli che rompono la superficie levigata esterna, ingranaggi industriali che calzano a perfezione in questo contesto. 
Nella grande scalinata d’ingresso l’opera Collective Movement Sphere di Olafur Eliasson illumina l’ambiente e conduce verso l’accesso al teatro, anticipato dalla presenza nel foyer della scultura Shine di Anish Kapoor.

La progettazione dell’auditorium ha portato a un oggetto unico a Bologna per dimensioni, 400 posti in uno scrigno sonoro vicino al centro della città, arricchito da una valenza polifunzionale: l’acustica sarà modulabile a seconda della tipologia di spettacolo, dai convegni al cinema in 3D, al teatro o alla danza. A svelare più che altrove la committenza è lo spazio espositivo, la gallery interamente ad accesso gratuito, articolato su due piani e dedicato all’esplorazione dei processi di innovazione tecnologica e imprenditoriale. Strumenti interattivi, postazioni multimediali e installazioni di realtà aumentata sommati per coinvolgere maggiormente i più giovani con un mix di tecnologie e arte. In occasione dell’inaugurazione è stata presentata in questo spazio un’esposizione interattiva sul mondo dell’industria meccanica. Affiancati i numerosi servizi ausiliari, tra i quali la caffetteria situata accanto al grande specchio d’acqua sarà aperta al pubblico sette giorni su sette e considerata un polo d’attrazione e caratterizzata da un forte contenuto d’avanguardia essendo attrezzata con una cucina a vista per rappresentazioni e sperimentazioni di cultura gastronomica, poi il Wellness e il ristorante dove si può trovare celebre il Coffe table di Donald Judd.

Viviamo nel mondo occidentale, in quella che viene comunemente definita era post industriale; molte fabbriche sono state chiuse e i processi produttivi de localizzati in un Europa che sta cambiano volto per trasformarsi sempre più in un erogatore di servizi. Un passato industriale che nella sua iconografia rappresenta uno spaccato di storia sociale italiana e che nelle fotografie vive finalmente di una nuova memoria. L’industria è spesso un grandioso spettacolo visivo, affascinante da immortalare e le fotografia si colloca distante dalla pubblicità le cui immagini sono pensate e concettualizzate prima a tavolino, ma fa piuttosto appello allo sguardo del suo autore, alla sua creatività, alle sue percezioni dei luoghi e delle persone. Il mondo del lavoro in tutte le sue sfumature trova ora finalmente espressione nella prima edizione della Biennale di fotografia industriale. La rassegna promossa da Fondazione Mast con la collaborazione dei Rencontres d’Arles e la direzione artistica di François Hébel, si articola in ben 17 esposizioni ospitate in dieci differenti sedi storiche di Bologna e presso il centro polifunzionale Mast. Attraverso un vasto arco temporale con stampe fotografiche, libri e  proiezioni pubbliche le mostre rappresentano il lavoro, soggetto spesso trattato con indifferenza dal mondo della fotografia e dagli stessi fotografi. «Fin dalle sue origini nel XIX secolo – spiega François – la fotografia è stata utilizzata dalle imprese ai fini della produzione, della comunicazione, dell’identificazione e della memoria. La promozione del marchio, il ritratto del presidente e la valorizzazione dei volti dei collaboratori, sono oggetto di tantissime commissioni per brochure, mostre o siti internet. La fotografia ha contribuito anche a far evolvere i processi sociali, mostrando la disumanità di certi lavori.» Fotografia/Industria coinvolge quindi alcuni dei luoghi simbolo della città di Bologna idealmente collegati al nuovo MAST scelto come punto di partenza con I Mondi dell’Industria, una rappresentazione del lavoro dal Novecento a oggi attraverso una selezione di 200 immagini della collezione di fotografia industriale di MAST che consta di circa 1000 fotografie ed è curata da Urs Stahel, ex direttore del Fotomuseum di Winterhur ed ospitata proprio nello spazio espositivo del centro. Queste prime immagini – esposte fino a dicembre, saranno poi variate con cadenza semestrale – illustrano il cambiamento nello scenario della produzione industriale, del luoghi di lavoro, del prodotto, delle architetture e di come l’uomo si rapporta con l’ambiente in cui opera.

Alcune tappe della Biennale: I luoghi del lavoro di Gabriele Basilico ospitata all’ex ospedale degli Innocenti dove con la sua consueta precisione nell’inquadratura, la giusta distanza sfida prospettive e simmetrie per regalare una sensazione di movimento al cemento, una dinamica all’immobilità; Rapporto Annuale è l’occhio ironico di Brian Griffin ospitato allo spazio Carbonesi; Materie Prime di Harry Gruyaert, pioniere della fotografia a colori accolto alla pinacoteca Nazionale di Bologna; le luci di Massimo Siragusa in Labor Limae all’ex ospedale degli Innocenti; testimonianze dell’apartheid negli scatti di David Goldblatt presso il museo civico Archeologico con la mostra In miniera; L’uomo e la macchina di Henri Cartier-Bresson a palazzo Pepoli; i giovanili e fantastici scatti di Robert Doisneau per Renault che sarà costretto ad abbandonare presto a causa dei suoi troppi ritardi o Scor di Elliott Erwitt ospitata a palazzo Magnani.